La fitodepurazione è un sistema di trattamento delle acque reflue che riproduce, in bacini progettati e controllati, i processi tipici delle zone umide. Non sono le piante da sole a depurare: il risultato nasce dall’azione combinata del materiale di riempimento, dei microrganismi che colonizzano il letto e degli apparati radicali delle macrofite.
Nei sistemi a flusso sommerso l’acqua rimane sotto la superficie del materiale inerte. Questo limita il contatto diretto con il refluo e crea nel letto zone aerobiche, anossiche e anaerobiche nelle quali si sviluppano differenti processi biologici e fisico-chimici.
Le principali configurazioni
- HF, flusso sommerso orizzontale: il refluo attraversa il letto prevalentemente in senso orizzontale, di norma con alimentazione continua. È una configurazione semplice e robusta, particolarmente affidabile per sostanza organica, solidi sospesi e carico microbico.
- VF, flusso subsuperficiale verticale: il refluo viene distribuito sulla superficie in modo intermittente e percola verticalmente. L’alternanza tra carico e riposo favorisce la riossigenazione e i processi aerobici, compresa la nitrificazione.
- Sistemi ibridi: combinano stadi HF e VF quando gli obiettivi depurativi richiedono prestazioni più spinte, soprattutto nei confronti dell’azoto.
Superficie indicativa e dimensionamento
La guida ISPRA 81/2012 riporta, per una stima preliminare, coefficienti indicativi di 3–5 m² per abitante equivalente (m²/A.E.) per i sistemi HF e 2–4 m²/A.E. per i sistemi VF. Nei casi studio italiani esaminati dalla stessa guida ricorrono spesso 3–5 m²/A.E. per HF e 2–3 m²/A.E. per VF. Non sono misure automatiche: ISPRA precisa che devono essere adattate al contesto ambientale, ai limiti allo scarico e alle caratteristiche del refluo.
Per questo i valori storicamente usati come riferimento Dorabaltea — 5 m²/A.E. per HF e 3 m²/A.E. per VF — sono coerenti con gli intervalli ISPRA, ma restano dati di predimensionamento e non sostituiscono il calcolo di progetto.
Scelta delle piante: autoctone, rustiche e pioniere
Una pianta autoctona è originaria o stabilmente presente nell’area geografica considerata. ISPRA consiglia specie autoctone già adattate alle condizioni del sito. Una pianta rustica tollera condizioni ambientali difficili e richiede manutenzione contenuta; una pianta pioniera colonizza rapidamente substrati nuovi o disturbati e può facilitare l’avvio della copertura vegetale. Le tre definizioni non sono sinonimi e una specie può possedere più di una caratteristica.
Tra le macrofite più utilizzate in Italia ISPRA cita Phragmites australis, Schoenoplectus lacustris e Typha latifolia. La profondità radicale indicata in guida varia, per esempio, da 30–40 cm per Typha latifolia a 70 cm per Phragmites australis, 80 cm per Schoenoplectus lacustris e 60–90 cm per Juncus effusus: anche la profondità del letto va quindi coordinata con la specie scelta.
Clima, avviamento e manutenzione
I sistemi HF offrono una maggiore protezione termica in inverno. In climi particolarmente rigidi ISPRA raccomanda di poter abbassare il livello dell’acqua nella vasca per evitare il congelamento. La manutenzione comprende il controllo della distribuzione, dei livelli, dei drenaggi e dello sviluppo della vegetazione; l’assenza di macchine complesse non significa assenza di gestione.
Per contenuti progettuali e applicativi consulta anche l’approfondimento sugli impianti di fitodepurazione, oppure le schede dedicate ai sistemi HF e VF.
Fonte tecnica: ISPRA, Manuali e linee guida 81/2012. I valori riportati sono indicativi: il dimensionamento definitivo dipende da portate, carichi, obiettivi allo scarico, clima, granulometria e normativa regionale.
